AMARO LUCANO – Marco Travaglio

Di magistrati con tanti nemici ne abbiamo visti molti, in questi anni. Ma con tanti nemici e così pochi amici c’è solo Henry John Woodcock, il pubblico ministero di Potenza che nelle sue indagini ha avuto la sventura di incappare in molti potenti. Da quando, il 16 giugno, ha fatto arrestare Vittorio Emanuele di Savoia, il portavoce di Gianfranco Fini, Salvo Sottile, e i loro presunti complici, sul capo del giovane magistrato anglo-napoletano sono piovuti attacchi di ogni tipo e provenienza (politici ed editorialisti di ogni orientamento, alte e basse cariche dello Stato, istituzioni repubblicane e monarchiche, e financo qualche magistrato) che hanno investito anche il gip Alberto Iannuzzi, «colpevole» di aver accolto le richieste del pm.
Una breve galleria dei nemici di Woodcock aiuterà a capire meglio quel che accade a Potenza, ma soprattutto nella «nuova» Italia del centro-sinistra.
La Lucania è un osservatorio privilegiato: una finta «isola felice» che in realtà, grazie alla sua perifericità geografica, lontano dai grandi circuiti mediatici, è sempre più infestata dalla ‘ndrangheta, dalla corruzione, dagli impasti massonici, dagli scandali politico-amministrativi talmente trasversali che, alla fine, una mano lava l’altra.
L’unico baluardo di legalità è la magistratura: anzi un pugno di pochissimi magistrati, assediati nei loro stessi uffici e invisi ai loro stessi superiori. Oltreché, si capisce, ai loro indagati.
Tralasciamo volutamente gli attacchi dei «vip» finiti sotto inchiesta e i loro amici protettori. E concentriamoci su quanti avrebbero il dovere di difendere chi compie il proprio dovere e di consentirgli di continuare a svolgerlo serenamente, e invece si adoperano trasversalmente per rendergli la vita impossibile.

Vincenzo Tufano, procuratore generale. Personaggio d’altri tempi (non proprio dei migliori), quando inaugura l’anno giudiziario, appare più preoccupato per le indagini della procura che per il malaffare dilagante sul territorio. Da due anni si scaglia regolarmente contro i magistrati che intercettano e arrestano troppo, e dunque spendono troppo. Quanto alla presenza della ‘ndrangheta nella regione, niente paura: trattasi di piccole «bande locali nella quali si raccoglie gran parte del crimine ordinario operante su porzioni limitate del territorio, solo germinazioni di sodalizi più o meno collegati ai gruppi storici». Parole che non piacciono neppure al procuratore capo Giuseppe Galante, tutt’altro che un cuor di leone, ma che ha almeno il merito di lasciare lavorare i sostituti che ne han voglia. Nell’aprile 2006 l’avvocato Pier Vito Bardi, imputato di favoreggiamento mafioso, denuncia civilmente il gip Iannuzzi che l’ha arrestato, poi lo ricusa sostenendo che, essendo stato denunciato, non ha più la necessaria serenità per giudicarlo. Tesi piuttosto singolare che – se accolta – consentirebbe a qualunque imputato di sbarazzarsi dei suoi giudici denunciando anche fatti inventati. Ma il sostituto pg Gaetano Bonomi, fedelissimo di Tufano, dà parere favorevole e chiede alla Corte d’Appello di rimuovere il gip scomodo. La Corte respinge la richiesta in quanto inammissibile. La scena si ripete quando esplode lo scandalo Savoia: il sindaco di Campione d’Italia Roberto Salmoiraghi, dal carcere, chiede la ricusazione del gip Iannuzzi per le sue dichiarazioni alla stampa in cui difendeva la solidità delle accuse oggetto dell’indagine. La procura generale esprime di nuovo parere favorevole e di nuovo la Corte respinge l’istanza, «palesemente inammissibile» e «manifestamente infondata». Non contento del doppio smacco, mentre Iannuzzi e Woodcock vengono accusati di ogni nequizia, l’infaticabile Tufano si unisce all’assalto segnalando al ministero e al Csm presunte irregolarità commesse da Woodcock. Galante fa lo stesso. La gravissima colpa del pm è quella di non aver fatto firmare al procuratore capo, cioè allo stesso Galante, le richieste di cattura, violando così l’obbligo previsto dalla controriforma dell’ordinamento giudiziario Castelli: peccato che le richieste di Woodcock siano del 29 maggio e che il gip le abbia accolte il 16 giugno, mentre la legge Castelli è entrata in vigore solo il 19 giugno. È una tempesta in un bicchier d’acqua. Ma tanto basta a Mastella per sguinzagliare gli ispettori a Potenza, per indagare sul nulla. Ben altre sarebbero le situazioni ambientali da esaminare negli uffici giudiziari lucani. Eccone due, a titolo di esempio.

Felicia Genovese e Gaetano Bonomi, sostituti. La Genovese, pm a Potenza, segue un’indagine sull’Asl di Venosa che coinvolge la giunta regionale ulivista presieduta nel 200-2005 da Filippo Bubbico, Ds, oggi senatore e sottosegretario alla sviluppo economico. Nel 2000 la giunta Bubbico licenzia il direttore generale della Asl 1, Giuseppe Panio, per sostituirlo con Giancarlo Vainieri, vicino a Bubbico e ai Ds. Panio ricorre al Tribunale del lavoro di Melfi, ottiene l’annullamento della delibera che l’ha destituito e il reintegro, ma la giunta Bubbico tira dritto per la sua strada: anche l’assessore alla Sanità Vito De Filippo (Margherita), sulle prime perplesso, cambia idea e scarica Panio. Nel 2005 De Filippo subentra a Bubbico come presidente della giunta. Bubbico, De Filippo e altri assessori e dirigenti finiscono sotto inchiesta per abuso d’ufficio, ma alla fine il pm Felicia Genovese chiede per ben due volte l’archiviazione per tutti. Il gip Iannuzzi però non è d’accordo, per lui gli elementi per procedere esistono eccome: rifiuta per due volte di archiviare e il 25 maggio 2006 ordina alla procura di formulare l’imputazione coatta. Poi trasmette il fascicolo alla procura di Catanzaro, competente sui magistrati di Potenza. Perché? Perché Panio, opponendosi alla richiesta di archiviazione della pm Genovese, ha maliziosamente sostenuto che la signora era tutt’altro che disinteressata alle vicende della sanità pubblica lucana: poco dopo aver chiesto l’archiviazione per Bubbico & C., infatti il di lei marito, Michele Cannizzaro è stato promosso dalla neonata giunta De Filippo a direttore generale della prima azienda sanitaria della regione: l’ospedale San Carlo di Potenza. In estrema sintesi il marito della pm fu promosso dagli indagati della pm per i quali la pm aveva appena chiesto l’archiviazione. Tutto in famiglia, nel silenzio assordante sia del centro-sinistra sia della cosiddetta opposizione di centro-destra. Ce n’è abbastanza, secondo il gip, per investirne la procura di Catanzaro, «per le valutazioni di sua competenza in ordine ai rilievi formulati dall’opponente sul conto del pm. […] pesanti illazioni le quali assumono indubbia rilevanza penale».
L’incredibile vicenda ha un post scriptum. Il 6 giugno la procura formula l’imputazione coatta contro l’ex giunta di Bubbico, nel frattempo promosso sottosegretario del governo Prodi. Due giorni dopo il sostituto pg Gaetano Bonomi viene ripreso dal Tg3 regionale in prima fila all’assemblea per l’elezione del nuovo segretario regionale dei Ds, mentre scherza e chiacchiera amabilmente con il neoimputato Bubbico. Ma i due magistrati non suscitano soverchie attenzioni nel ministro Mastella e nei suoi attivissimi ispettori, né tantomeno nel pg Tufano, che hanno occhi solo per Woodcock e Iannuzzi. Di Tufano, finora, si sono occupati solo i cinque consiglieri del Csm di Magistratura democratica (Menditto, Marini, Civinini, Salmè e Salvi), che hanno chiesto di aprire due pratiche sul caso Potenza: una «a tutela» di Woodcock, l’altra pr trasferire Tufano. Il quale – scrivono – «avrebbe inviato numerose note al ministro della Giustizia per verificare l’operato dello stesso pm e del procuratore della Repubblica, oltre che del gip che ha emesso la misura cautelare. Dette note sarebbero state inviate dal dottor Tufano all’esito di una attività, definita dalla stampa “indagine interna”, che avrebbe interessato non solo i magistrati requirenti, ma anche il gip, la cui vigilanza com’è noto è attribuita ai presidenti del Tribunale e della Corte d’Appello».

Giuseppe Galante, procuratore capo. L’uomo che ha denunciato Woodcock al Csm il 20 giugno per non avergli fatto vistare le richieste d’arresto per Savoia &C. è lo stesso che fino al giorno prima dichiarava ai giornali: «Woodcock è un bravo magistrato e un fine segugio, mi ha tenuto costantemente informato del progresso delle indagini, ha lavorato bene, ci sono le prove di reati gravi, ero d’accordo le richieste di custodia cautelare». Perché non aveva chiamato Woodcock, cha ha l’ufficio a dieci metri dal suo, per firmare la richiesta d’arresto? E perché, appena il Riesame ha confermato la «solidità dell’impianto accusatorio» dell’inchiesta, è tornato ad elogiare il pm che aveva appena denunciato al Csm?

Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica. Il 20 giugno, nel pieno delle indagini e degl’interrogatori, l’Ansa informa che il Quirinale ha chiesto e ottenuto «una informativa dal Csm sui fascicoli riguardanti il pm Woodcock». Immediata l’esultanza dei vari Rotondi e Cicchitto, seguita dall’annuncio dell’ispezione mastelliana. A memoria d’uomo, non si ricordano casi analoghi di capi dello Stato che s’interessano al fascicolo di un singolo magistrato nel pieno di un’inchiesta così delicata. Qualcosa di simile si verificò nell’estate del ’92, quando Craxi estrasse un dossier sul conto dell’allora pm Di Pietro. Ma Craxi era un semplice segretario di partito, e il dossier non proveniva dal Csm, bensì dalle fogne di qualche servizio deviato.

Clemente Mastella, ministro della Giustizia. Non dice una parola sulla gravità degli scandali emersi a Potenza, ma in compenso esterna ogni santo giorno contro i pm che li hanno scoperti. E sguinzaglia i suoi ispettori alla procura di Potenza, nel pieno delle indagini e degli interrogatori, per ben due volte in meno di un mese: il 20 giugno su richiesta del pg e del procuratore nazionale antimafia Grasso; e il 12 luglio su sollecitazione del prefetto e del ministro dell’interno Amato.

Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia. Anche lui ha voluto dare il suo contributo all’attacco ai magistrati potentini, segnalando al Csm un presunto errore nell’ordinanza di custodia per Vittorio Emanuele: lì si afferma che il «principe» progettava di acquistare i beni sequestrati alla mafia grazie al contatto con una persona della Direzione nazionale antimafia (Dna); invece, secondo Grasso, nell’intercettazione il Savoia parla di Direzione investigativa antimafia (Dia). Si potrebbe risolvere l’equivoco con una telefonata ai colleghi perché si correggano. Invece Grasso prende carta e penna e scrive una segnalazione ufficiale al Csm che, insieme a quella di Tufano e Galante, dà il destro a Mastella di disporre l’ispezione nel bel mezzo dell’inchiesta.

Giuliano Amato, ministro dell’Interno. L’11 luglio, in pieno parlamento, invece di occuparsi delle deviazioni che inquinano il Sismi, il ministro Amato se la prende con alcune procure, cominciare da Potenza: «sono esterrefatto per quanto accade in Italia. Mi dicono che esistono contratti di fatto tra giornalisti e chi fornisce notizie e collegamenti fra procure e giornalisti. Per cui, al momento in cui un atto viene comunicato agli indagati, viene fornita ai giornalisti la password per entrare». Quali sono le fonti di una denuncia così grave e drammatica? Amato cita «un giornalista» e poi, a tarda sera, un rapporto del prefetto di Potenza, non nuovo a dissapori con la procura e molto legato al pg Tufano. Peraltro il rapporto, riguardando presunti illeciti di magistrati, avrebbe dovuto pervenire al Csm o alla procura di Catanzaro, non certo al ministro dell’Interno. In ogni caso, lo stesso Galante smentisce qualunque cessione di password a giornalisti anche perché ci vuol altro che una password per accedere al database di una procura. Mentre scriviamo (il 17 luglio), né il prefetto né il ministro Amato hanno ancora fornito alcuna prova di quelle gravissime accuse, mentre esiste più di un elemento che fa pensare a un tragicomico equivoco, che si spera fortuito: i giornalisti sono entrati in possesso di dischetti con la copia informatica delle 3 mila pagine dell’ordinanza del gip Iannuzzi, consegnata ai difensori e agli arrestati e da quel momento non più segreta. Un fatto assolutamente lecito e normale viene usato ancora una volta per infangare i magistrati che indagano e i giornalisti che informano. E magari per preparare il terreno al colpo di spugna sulle intercettazioni, già tentato l’estate scorsa dal governo Berlusconi, ma invano. Quod non fecerunt Berluscones, fecerunt Mastellae et Amati.

P.S. Henry John Woodcock non è iscritto ad alcuna corrente togata e non ha mai rilasciato una dichiarazione né un’intervista. La prova migliore del fatto che i pm non disturbano per quello che dicono o pensano. Ma per quello che fanno.

Micromega, agosto 2006

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